Tutto è relativo… Non fare l’errore di sottovalutarti, ma nemmeno quello di sopravvalutarti!

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La capacità di autovalutarsi correttamente ed in maniera oggettiva, aiuta a migliorarsi!

Qualche tempo fa ebbi modo di partecipare ad un corso di formazione molto particolare.
Si trattava di una “full immersion” di 5 giorni presso uno stupendo castello nella periferia di Praga.
Anche la scelta della location non fu casuale: doveva essere debitamente isolata, in una terra straniera e dall'idioma non noto ai più.
Il corso rientrava nella strategia di un’azienda con cui collaboravo a quel tempo, circa la necessità di motivare e stimolare i propri managers attraverso la migliore conoscenza di sé stessi e dei propri limiti, per comprenderne i margini di miglioramento e imparare a considerare alcuni limiti professionali come delle sfide da accettare e vincere.
Un corso che vedeva la presenza di docenti altamente qualificati, tra cui psicologi, registi teatrali, animatori,…
Una delle prove che faceva parte del percorso era anche quella attinente al “linguaggio non verbale del corpo (respiro, gesti, …)” e proprio per questo ci vennero insegnati alcuni rudimenti della recitazione teatrale, sino a mettere in scena un frammento del “Macbeth di William Shakespeare”.
Eravamo un bel gruppo di persone - uomini e donne - e l’esperienza fu davvero entusiasmante oltre che indimenticabile.
Ora, a prescindere dalla lungimiranza di quell’azienda, che già un paio di decenni orsono sapeva vedere ben oltre di altre, risultando di gran lunga “avanti” nella visione del lavoro, sia della squadra che dei singoli, mi è rimasto in mente ben più di qualche piacevole ricordo.
Una delle prove che ricordo con particolare piacere e che contribuì non poco ad incidere positivamente sulla mia visione delle cose, fu quella che vedeva il gruppo riunito attorno ad una grande tavola-rotonda e al quale fu chiesto di lavorare della plastilina per realizzare tre diverse piccole sculture a tema.
La prima scultura avrebbe dovuto rappresentare “come ti vedi”, la seconda “come pensi che ti vedano gli altri” e la terza “come vorresti che ti vedessero”.
Stranamente (ma mica tanto...), molti realizzarono il compito attraverso la creazione di sculture a tema animale, trasfigurando sé stessi nella metafora dell'animale che avevano realizzato.
Dopo di ciò, ognuno avrebbe commentato le proprie realizzazioni, motivandole.
Non avrei mai potuto immaginare cosa ne sarebbe uscito fuori.
In sintesi: quasi tutti risultavano avere una percezione di sé stessi abbastanza “egocentrica” e si ritenevano sempre ben visti dagli altri, ma la realtà uscì fuori “dura e pura” quando si cominciò ad argomentare la terza scultura.
Lo scopo dell’esercizio era proprio quello.
La terza scultura ti portava implicitamente a dire quello in cui ti sentivi carente o fragile e vulnerabile, anche se, in effetti, emergeva in maniera indiretta e senza che te ne rendessi conto – proprio per la tua necessità di cercare di non farlo trasparire agli altri - tanto da indicarlo come la qualità che avresti voluto che gli altri ti riconoscessero, proprio perché su quella ti sentivi in difetto.
Un esercizio perverso ma meraviglioso e sconvolgente.
Non ho difficoltà a raccontare che qualcuno, di fronte all’evolversi della situazione e dell’introspezione che quella prova comportò (con gli psicologi presenti in veste di "piloti" e "guide” della cosa) scoppiò pure in lacrime, perché si trovo ad ammettere implicitamente le proprie insicurezze e paure.
Stupendo!
Cosa mi è rimasto concretamente di tutto ciò?

La consapevolezza che ognuno di noi si dipinge sempre meglio di quello che è.

E ciò dipende anche dal contesto in cui ci si muove, ma anche dalla qualità richiesta/realizzata del lavoro espletato e dei colleghi che ci circondano.

Oltre al "vezzo" di preferire una propria "soggettiva" narrazione della propria azione giornaliera e di ciò che si vuole raccontare di sé agli altri, evitando sempre abilmente di incorrere nell’analisi della “terza statuetta”.

A fronte di ciò emerge anche che se sei abituato ad un ambiente “sfidante” tendi a perseguire migliori performances, mentre se sei abituato ad un ambiente lassista e di scarsa qualità del lavoro e dell’impegno profuso, tendi ad essere così anche tu.

Conosco un sacco di persone che quando parli di lavoro con loro sembra non abbiano mai tempo e che siano oberatissimi, peccato che in realtà è solo una propria “egocentrica” convinzione.

Non sono mai stati capaci di fare vera autoanalisi critica (ed hanno sempre evitato di farlo...).

Sono talmente abituati a fare poco e male, con una gestione così pessima della propria organizzazione lavorativa, da vivere una telefonata in più, rispetto alla routine quotidiana, come una soglia di forte stress aggiuntivo, tanto da raccontarti sempre che lavorano tanto e che non hanno mai tempo per altro.

Il confronto diventa, purtroppo, impietoso quando li metti accanto a chi davvero fa dell’efficienza e dell’efficacia il proprio reale “mantra”.

In quel caso, le persone di prima, risultano poco più che dei F.A.D. (“Fancazzisti Armati Dis-organizzati”).
Ma non se ne rendono conto. O fanno finta di non rendersene conto, autoingannandosi.
Perché solo così riescono a tenere nei limiti dell’accettabile la propria autostima.
E risulta difficilissimo incidere sulla loro indole, ormai incancrenita in quel senso, al fine di migliorarne le rese e i guadagni.
Lo sforzo che fai è decuplicato rispetto a quello che faresti con chi “sa lavorare” e lavora davvero bene (oltre che essere abituato a lavorare davvero tanto…).
Ma se fai il lavoro che faccio io, è la prima cosa su cui bisogna lavorare quando si incontrano casi disperati come questi.
Devi agire con metodo ed in maniera determinata e costante, provvedendo ad alzare progressivamente “l’asticella” degli obiettivi da perseguire insieme, affinché, pian piano, anche costoro si rendano conto che lo stress e il sovraimpegno che pensavano di vivere, era solo una loro errata percezione/narrazione.
Ove si riuscirà in questo, i risultati perseguiti parleranno da soli.

La cosa comica sarà che, alla fine, crederanno di essere comunque stati bravi da soli a fare il "salto di qualità" e che il tuo intervento non abbia inciso più di tanto su quei risultati…
Sarà comunque un successo anche così…

Mauro

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