Sul mio treno.

image_pdfimage_print

Alle soglie delle cinquanta primavere capita di fare il bilancio della strada che hai percorso.
Sai già che sarà un’azione rischiosa, forse dolorosa, ma lo vuoi fare comunque.
E cominci ad immaginare la tua vita come quel treno che corre sulla lunga rotaia della tua esistenza e che ha ospitato le tue gioie e i tuoi dolori, le tue soddisfazioni e le tue amarezze.
Ha visto tanti compagni di scompartimento, a volte graditi a volte no.
Alla stazione dell’infanzia ho imparato che non sempre puoi avere quello che vorresti e che spesso quello che hai è diverso da come lo immaginavi.
E in quella stazione hai visto salire le persone che saranno comunque e per sempre una parte di te: i tuoi fratelli.
Impari quell’affetto tipico che è l’affetto strano di chi sai che sarà comunque un pezzo di te.
Un affetto fatto di litigate, di segni di pace e anche di tanta tenerezza, non sempre ostentata o dichiarata ed a volte celata.
Poi capisci anche che non tutti sono nati per fare i genitori veri.
Tra quella stazione e la successiva ho visto salire tanti compagni di scuola che ho visto scendere tutti.
Alla stazione successiva è salita la persona che nel bene e nel male resterà per sempre nei miei ricordi e che pur non essendo sempre felici sono pur sempre belli da ricordare. Non fosse altro perché a quella stazione il mio treno era ancora capace di correre veloce e la sua potenza era degna di attenzione.
Un treno che strattonava in partenza e che frenava impetuoso ma che riusciva a produrre un’energia tanto forte che non riuscivi a domarla. Si chiamava amore.
E insieme a lei alcuni amici, ormai lontani, con i quali è stato bello condividere un tratto del percorso.
Ma poi sono scesi dal mio treno che sostava in una valle verde per farli scendere e proseguire il suo viaggio.
Forse non erano così amici per come pensavo.
E poi una deviazione per una chiamata da una stazione imprevista. Stazione “La naia”.
Anche qui ho visto salire una delle poche persone con cui abbiamo percorso e ancora percorriamo il percorso della complicità e della comprensione. Con rispetto e con l’accettazione dei pregi e dei difetti l’uno dell’altro. Ho imparato l’amicizia quella vera. Quella che non finisce quando si è lontani.
Quella che può nascere solo tra maschi.
Alla stazione che arrivò dopo salirono tante persone, chi per bene chi meno ma la stazione si chiamava “Mondo lavoro”.
Mi sono accorto che dovevo stare attento a cosa lasciavo nel mio scompartimento, quando per un qualche motivo dovevo allontanarmi, perché c’era il rischio di non ritrovarlo.
C’era chi ti avrebbe rubato l’anima per prendersi il tuo biglietto e c’era invece chi accettava di buon grado il tuo posto e garbatamente cercava il suo.
Anche a loro ho voluto bene in qualche modo, non fosse altro perché molti erano parte della mia squadra.
A qualcuno ho anche insegnato qualcosa e da qualcuno ho imparato. Ma il prezzo pagato per questo è stato davvero caro. Quel biglietto l’ho pagato sacrificando tempo ed energie che molti miei coetanei potevano dedicare tranquillamente a godersi la vita.
Ma io no. Solo dopo ho capito che quel tratto di binario mi ha formato e che ha fatto di me la persona che sono. Uno con la testa sulle spalle e molto, ma molto, responsabile e coerente. Dopo mi sono reso conto che serviva a poco…
In una stazione di periferia è salita la persona con cui avrei condiviso gli ultimi 22 anni.
Molti fallimentari ma con il merito di avermi permesso di avere un nuovo motore per quel treno che voleva ancora andare forte. Mio figlio. La cosa più bella e più dolce che abbia mai avuto in vita mia. Un amore così profondo e così intenso che il motore di quel treno in confronto sembrava andare a carbone…
E poi tante fermate, tanti viaggiatori, tanti visi che faccio fatica a ricordare…
E qualche amico. Pochi ma veri.
Oggi il treno è fermo in stazione perché ha bisogno di manutenzione. Non è guasto ma denota segni di cattiva carburazione.
Gli hanno sganciato molti vagoni e qualche volta fa fatica a trovare un tecnico con cui affrontare i problemi tecnici. Con cui parlare di quei problemi.
In attesa della riparazione, quel treno si accorge ogni mattina che forse a qualche scambio avrebbe dovuto scegliere diversamente. Deviare anziché proseguire per la via maestra. Coerente alla morte.
Ma è un treno ed il suo lavoro è condividere i suoi vagoni con le persone che vogliono esserne passeggeri.
Forse a volte qualcuno ha scelto la sua direzione in barba al macchinista.
Oggi che non può avere tanti vagoni si accorge che non ha avuto tanti veri passeggeri ma piuttosto “passanti”.
Ma li ringrazia comunque perché da ognuno ha imparato qualcosa, fosse solo a difendersi.
E mentre scrivo questa follia penso che avrei meritato di più ma che forse è anche colpa mia se il mio treno è di nuovo fermo in stazione quando dovrebbe poter correre sereno, perché le salite dovrebbero essere finite e invece si accorge che sono appena ricominciate.
È dura ma bisogna ammettere che il viaggio sin qui non ha rispettato le attese.
Mi aspettavo di meglio.
Ed ora faccio fatica a pensare che possa essere meglio da qui in poi.
Ma dipende anche da chi salirà su quel treno.
Mi è capitato pure di vedere salire degli illustri sconosciuti che sto imparando ad apprezzare. Forse anche a volergli bene.
Quei passeggeri che non ti aspetti e che alla fine ti fanno compagnia più di quanto avresti potuto chiedere.
E che diventano ottimi passeggeri, amici.
Grazie davvero tante anche a loro.
Ora non resta che svuotare il treno e ristrutturarlo perché ha fatto un lungo viaggio e non può affrontarne altrettanto in queste condizioni. Va riprogettato con l’aiuto di chi davvero vorrà fare parte del progetto.
Ma è un treno ed ha bisogno di attenzione e di continua manutenzione.
Vuole che qualcuno sia davvero contento di salire a bordo e continuare il viaggio.
E la corrente non potrà mancare mai più…

 

image_pdfimage_print

Lascia un commento