Ripartire senza un euro in tasca.

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Seguo da sempre tutti i programmi di approfondimento socio-politico-economico e la domanda che più ricorre è “come ripartiremo?”.

La realtà è che nessuno ha la verità in tasca.

Di certo sappiamo che in tasca, molti, non hanno più nemmeno un centesimo.

E questo si traduce in un problema generalizzato, sebbene in tanti non lo abbiano ancora realizzato appieno.

Perché l’estinzione di un substrato economico di popolazione che contribuiva, anch’essa, a un sistema di consumi generalizzato, comporta una riduzione dei ritorni economici anche per gli altri.

Il sistema economico interno di uno stato si regge su di un bilanciamento tra occupati e disoccupati, tra inflazione e prezzi, di conseguenza, questo diffuso aumento della disoccupazione, a prescindere dal danno diretto a chi ha perso il lavoro, porta depressione e deflazione e quindi caduta dei prezzi.

Molti potranno pensare che sia un bene, ma non lo è.

Se calano i prezzi è perché è crollata la domanda interna, che è conseguenza dello stato di cose e dell’incapacità di spesa di qualcun altro, con un conseguente mancato gettito fiscale, ove confrontato con il gettito di un’economia in condizioni normali.

Mancato gettito significa fare più fatica a mantenere attivi molti servizi essenziali per la popolazione, le pensioni e tutto il comparto del cosiddetto welfare in senso più generale.

E l’esperienza ci insegna che quando abbiamo avuto la necessità di reperire risorse lo si è fatto tagliando la spesa e aumentando le tasse.

Non nell’immediato, in quanto in questa prima fase di ripartenza il sistema vedrà immissione di liquidità in varie forme a giustificarne la tenuta, ma nel medio periodo ciò significherà ulteriori manovre “lacrime e sangue”.

E ulteriore depressione. Un loop perverso.

I prestiti ricevuti vanno restituiti, prima o poi.

E anche le cedole di chi ha comprato il nostro debito dovranno essere pagate, prima o poi, con i dovuti interessi.

Oltre al fatto che non è affatto automatico che il nostro debito possa essere sempre e comunque oggetto di facile vendita, nell’immediato futuro: il nostro rating è prossimo alla valutazione di “titoli spazzatura” (junk bond) e non è detto che i famigerati mercati siano sempre interessati all’acquisto, da qui in poi.

Il nostro debito potrebbe diventare poco appetibile perché il Paese potrebbe essere visto a rischio di default.

Quando potevi stampare moneta e avevi una banca di proprietà nazionale, agivi sulla svalutazione e sui tassi d’interesse e la banca fungeva da prestatore di ultima istanza, riacquistando i titoli rimasti invenduti. Oggi no.

Oggi siamo soggetti ad un’Europa germanocentrica che si oppone a politiche espansive comuni e dove molti pensano soltanto al proprio orticello.

In questo momento stiamo reggendo ad un crollo del PIL, pari al -10% di quello dei tempi normali (primo trimestre 2020), grazie alla BCE che acquista il nostro debito, ma ciò ha un costo.

Chi lo dovrà pagare? Chi verrà dopo.

Solo che il concetto di “dopo” si è molto accorciato in ordine di tempo.

Ogni anno paghiamo interessi su titoli collocati qualche anno fa (e sono tanti interessi, visto il nostro debito globale), oltre al pagamento dello specifico valore del titolo in quanto tale.

È come continuare a versare acqua dentro un secchio bucato.

E questo è sempre più grave quando non sei proprietario né della moneta e nemmeno della banca che la crea.

E se potessimo stampare la nostra moneta cosa accadrebbe?

Probabilmente essa varrebbe poco sui mercati internazionali (ma con un gran vantaggio per l’export e un bel fardello per l’import – ma noi facciamo più export che import…) e dovremmo uscire dal sistema dell’euro.

La quantità di denaro che uno stato può normalmente far circolare è funzione della bilancia dei pagamenti tra import ed export: se c’è guadagno per differenza emetto pari quantità di moneta, sennò vado a debito.

Ma dovremmo anche provvedere a rinazionalizzare la Banca d’Italia, affinché possa fungere da ultimo acquirente del debito invenduto, pure perché - a quel punto - quel nuovo debito non lo avremmo più con l’Europa e con i mercati ma con la nostra banca che ci ha “prestato” la moneta.

E il debito sin lì accumulato con la BCE e i mercati internazionali?

Andrebbe rinegoziato ma da stato sovrano (che non significa sovranista o nazionalista...) esterno al sistema dell’euro e non più da entità soggetta alla rinegoziazione voluta secondo i criteri europei (leggasi Troika…).

A quel punto sarebbe necessario che il grosso dei nuovi titoli italiani emessi finissero nelle tasche degli italiani piuttosto che all’estero, perché solo così saremmo proprietari del nostro debito (che, in effetti, è già accaduto in gran parte anche con l’euro).

Il sistema tornerebbe in equilibrio.

Sarebbe necessario creare un’incentivazione affinché, chi potrà farlo, debba divenire il primo volontario finanziatore dello stato.

Abbiamo un risparmio privato che è circa il doppio del debito pubblico, si faccia in modo che resti in casa nostra.

L’alternativa sarebbe una sostanziosa patrimoniale e quei soldi finirebbero all’estero per pagare interessi.

Allo stato attuale delle cose, infatti, il rischio concreto è che questo risparmio finisca nella mani della BCE e dei mercati speculativi per lo stesso meccanismo or ora illustrato.

Ecco perché da più parti si spinge per dei titoli comuni europei: affinché il debito, soprattutto quello generato dalle condizioni di emergenza attuali, venga ripartito sui mercati europei ed internazionali e non gravi esclusivamente su ogni singolo stato.

Ma l’Europa è ben lungi dal vedersi come uno stato unico tra gli stati…

La BCE non è la Fed e l’Europa non sono gli USA.

L’alternativa: Italexit e non saremmo i soli…

Permarrebbe Schengen, così come il mercato comune europeo, ma l’euro morirebbe.

Del resto è quello che già accadeva con il Regno Unito: stavano in Europa ma non nell’euro.

Adesso manco più in Europa.

Noi ne avremmo ancora più motivo per uscirne.

Rendiamoci conto che questa moneta unica non è stata creata per il benessere reale di tutti ma per la furbizia di pochi a danno di chi non ha negoziato adeguatamente il proprio ingresso nell’euro (forse solo ora ce ne stiamo accorgendo).

Forse per incompetenza o per motivi personalistici e lobbistici più biechi…

In Europa, ci sono paesi di Serie A (pochi) e paesi di Serie B (molti), proprio perché pure chi aveva un certo peso economico internazionale ha accettato un ingresso nell’euro ingoiando parametri inadeguati ed uguali trasversalmente per tutti, sebbene diversi fossero i punti di partenza e le esigenze di ognuno.

Quando l’Italia svalutava (e stampava moneta), cresceva e faceva paura al Nord Europa e il debito ce lo avevamo più che altro con noi stessi.

A molti questo “giochino” non piaceva perché veniva visto come “concorrenza sleale” sul mercato (divenivamo più appetibili sul nostro export a discapito di altri paesi).

Se volevamo entrare nell’euro dovevamo adeguarci a giocare con le regole di qualcun altro.

Non dovevamo accettare di entrare in questo sistema monetario secondo parametri di Maastricht assolutamente inadeguati per un grande Paese come noi siamo e siamo stati.

Ma ci hanno inculcato che abbiamo sempre vissuto al di sopra delle nostre possibilità, che è stato solo colpa nostra e che sino ad allora avevamo sbagliato.

Cosa assolutamente non vera e riporto, a tal proposito, quanto è facilmente reperibile in rete e che spiega anche il perché i parametri di ingresso fossero, per noi, già capestri:

Dal 1992, anno della firma del Trattato di Maastricht, l’Italia ha accumulato avanzi primari complessivi per 676 miliardi di euro: oltre il doppio di quelli della Germania (307 miliardi) e molto superiori al deficit primario della Francia (618 miliardi). Ciò significa che nel bilancio statale, l’Italia ha mantenuto le entrate molto maggiori rispetto alle uscite. La tasse quindi sono state superiori alle spese, ma il sacrificio degli italiani non è bastato, perché i loro sforzi sono stati bruciati dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che nello stesso periodo è ammontata a 1.924 miliardi. Lo rileva lo studio del team di esperti guidato da Roberto Poli, per 9 anni presidente dell’Eni e consulente super-partes per vari governi, da Prodi a Berlusconi. Già nel 1992 il Belpaese era già appesantito da un debito pubblico di 912 miliardi di euro, il 109,7% del Pil. Lo stesso anno il rapporto tra debito e Pil in Francia era pari al 40,2% e in Germania al 41,7%. Come ricorda Morya Longo sul Sole 24 ore, il Trattato di Maastricht indicava il 60% del Pil come limite massimo per il debito.

«Questo significa che nel momento in cui fu fissata la soglia massima, l’Italia era ampiamente sopra mentre gli altri principali Paesi europei soddisfacevano già con un ampio margine quel parametro», osserva Poli. All’inizio della grande crisi globale del 2008, l’Italia aveva ridotto il rapporto debito/Pil al 102,4%. La Francia negli stessi anni ha aumentato il debito al 68,8% del Pil e la Germania al 65,1%. Con la crisi del 2008, molti Stati europei sono stati costretti a spendere miliardi per salvare le banche e per altre emergenze, mentre l’Italia ha limitato al minimo i salvataggi bancari. La Francia ha così aumentato i debiti al 96,8% del Pil a fine 2017. L’Italia invece ha raggiunto il 131,8% nel 2014, alla vigilia del quantitative easing della Bce, stabilizzandosi poi su questa cifra fino al 2017. Insomma, allargando la prospettiva agli ultimi 25 anni, l’Italia è stato il Paese d’Europa più disciplinato: fatto 100 il debito del 1992, la Francia l’ha infatti aumentato in termini assoluti a 487, la Germania a 296 e l’Italia a 248.

Eppure ci hanno anche imposto di non aiutare le banche (inventando il bail-in che è un bel problema per chi ha i soldini in quelle banche a rischio) per non gravare il nostro già enorme debito pubblico e noi pure siamo stati così malaccorti da rinunciare, sin dal lontano 1981, ad avere il controllo sulla Banca d’Italia, che da quell’anno non fu più dipendenza del Tesoro e quindi con la facoltà di rifiutarsi di fare da ammortizzatore per i titoli rimasti invenduti, con conseguente ulteriore aumento del debito pubblico: per collocare dei titoli invenduti sui mercati internazionali devi agire sull’aumento degli interessi che riconoscerai a chi, alla fine, decidesse di acquistarli comunque, con conseguente ulteriore sbilanciamento del debito pubblico.

Perché a chi si è reso colpevole di un olocausto si condonano i debiti e noi dobbiamo finire sul lastrico?

Non si può continuare a strangolare il Paese per un debito storico che è ormai inestinguibile.

E lo sanno tutti.

Proprio per questo è necessario rinegoziarlo. Altrimenti non si riparte.

Ma se lo fai stando nell’euro accetti il commissariamento dello stato da parte di entità terze (Troika), con conseguente svendita dei “gioielli di famiglia”: quando rinegozi un debito, il valore dei tuoi asset fondamentali sul mercato (aziende e patrimoni statali) crolla miseramente e molte aziende finirebbero in mano estere con danno per la fiscalità generale. Danno su danno.

È quello che accade quando si dice che le aziende diventano “scalabili”.

E non potresti nemmeno attuare il cosiddetto “golden power” (il blocco di stato delle “scalate” da parte di entità estere a danno di asset nazionali) perché se hai accettato quel tipo di rinegoziazione, accetti implicitamente anche le condizioni che essa comporta.

È proprio lo stesso fenomeno che accade quando una famiglia non può più pagare un finanziamento e si ricorre alla pratica del “saldo e stralcio”: lo fa rinegoziando il debito direttamente con il creditore, ma non permettendo a costui di gestire la propria famiglia e la sua economia da lì in poi, strangolandola, per autopagarsi. Vedi Grecia e il disastro economico che ne è conseguito.

Restare nell’euro e pensare di risolvere contemporaneamente il nostro debito pubblico è solo un harakiri paradossale.

Così continuando non ne verremo mai fuori e resteremmo eternamente indebitati, condannati al pagamento di interessi mostruosi sino alla fine dei tempi.

Contemporaneamente dovremmo pure pensare a fermare le aziende che volessero delocalizzare all’estero e creare forme di nuovi finanziamenti (ad esempio tassando il venduto nel nostro Paese - e sono tanti soldi - da tutte le grandi entità del mondo web internazionale, che oggi pagano le tasse nei paradisi fiscali, anche europei, in cui hanno eletto le loro sedi più o meno fittizie. Non c'è il rischio di perdere l'interesse di questi signori verso il nostro mercato, perché nonostante tutto resteremmo pur sempre un mercato appetibile).

Usciamone, allora!

Solo così saremmo davvero artefici del nostro futuro e solo così potremmo sederci ad un tavolo di trattative per cui potremmo rinegoziare le condizioni che a noi servono per tornare “a respirare”.

Perché non lo si fa?

Perché da tempo, ormai, la politica ha abdicato a favore dell’economia e della grande finanza e non si ha il coraggio di farlo per gli intrecci che, a vario titolo, tutti i governi hanno con il potere economico della finanza internazionale, che da azioni del genere non vedrebbe certo molte convenienze (rinegoziare significa pagare meno di quello che devi e con condizioni “rateali” concordate).

Ma se non lo si fa adesso saremo costretti a un declino che per i prossimi decenni ci vedrebbe in grosse difficoltà, arrancando anche in termini di competitività delle aziende e del sistema paese nel suo complesso.

Certamente non sarebbero tutte rose e fiori perché, a quel punto, i mercati ci volterebbero le spalle ritenendoci inaffidabili (proviamo a pensare al “saldo e stralcio”: dopo averlo ottenuto non puoi più chiedere altri prestiti alle finanziarie) ma ci salveremmo con le nostre forze, con il risparmio gestito dagli italiani.

Siamo giunti al redde-rationem, alla resa dei conti: o ora o mai più.

Mauro

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