Quando il “pesce puzza dalla coda” (sarà vero?)!!!

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A parte gli immigrati, l’altro grande tema che, a convenienza, è sempre più spesso sulla bocca di chi “vuol farsi bello” è quello del clima e del surriscaldamento globale.

Ultimamente leggo tanto e ascolto varie voci sul tema, non ultime quelle di tanti politici ed ex politici che a fronte delle loro recenti fatiche editoriali hanno voluto affrontare il tema nei loro scritti (è pur sempre un argomento, devo dire, che fa sempre molta tendenza…).

Confesso che la cosa che mi è andata parecchio “di traverso” è stata l’affermazione di qualcuno secondo cui vale il sempiterno adagio per il quale “cosa può fare ognuno di noi?”.

Un cavolo (e non sono il solo a pensarla così…)! … Al di là di ogni retorica e di ogni formalismo da benpensante!

Sono, onestamente, un po’ stufo di questo stile “politically correct” da accademia del “pollo fritto”!

Quando mi si dice che prendere un aereo equivale ad incrementare l’inquinamento globale o che accendendo il climatizzatore, nelle torride notti dei nostri periodi estivi, significa non essere sensibili sufficientemente alle necessità che il tema impone, sono tentato da due differenti sentimenti contrastanti tra loro: da un lato, tali atteggiamenti, mi comportano una certa ilarità, dall’altro mi stizziscono non poco.

È sempre la solita storia: far passare il messaggio che la colpa è comunque di tutti noi... Del popolo fatto dalle persone comuni (astrattismo delle colpe…)

Ma un popolo acquisisce le abitudini che gli sono concesse. Sarà per questo che i tedeschi quando arrivano a Roma fanno i pediluvi in piazza Navona e in patria stanno “con due piedi in una scarpa”!

Come in tante altre cose… Vedasi evasione fiscale, spending review e sprechi vari, qualità del lavoro, livello culturale del Paese, …

Ci vogliono instillare l’idea che, difformemente dalla verità sancita dal proverbio storico, il pesce, adesso, puzzi dalla coda!

Se esiste una società organizzata democraticamente, tale per cui si eleggono dei rappresentanti per affrontare (e magari risolvere…) ciò che è reputato necessario per il benessere comune, mi sembra davvero offensivo (per la mia media intelligenza…) continuare a menarla dicendoci che ognuno di noi deve cambiare abitudini.

Non si può chiedere al popolo (entità parecchio astratta, per come si accennava in precedenza…) di non far propria la tecnologia che migliora la vita quotidiana, né, tantomeno, si può pensare che a fermare un certo tipo di progresso tecnologico (non ecosostenibile) possa essere il comune cittadino.

Se vuoi che quest’ultimo adotti uno stile di vita consono all’esigenza del pianeta, devi realizzare le condizioni affinché sia l’unico stile che egli possa adottare.

Certamente ho insegnato a mio figlio a non sprecare l’acqua o ad evitare di usare troppe bottigliette di plastica (anche se non ce n’era affatto bisogno perché su certi temi è più sensibile di me…), ma strumentalizzare tutto al fine di generare un facile alibi all’inattivismo dei governi, solo per far ricadere la responsabilità sulle abitudini quotidiane di ognuno… È davvero troppo!

Si parla spesso dell’inquinamento delle città dovuto alle polveri sottili generate dai motori a scoppio dei veicoli (se ne parla da decenni) ma invece di centrare l’attenzione sulle vere e concrete alternative per la produzione di energia pulita, si preferisce chiudere periodicamente i centri storici all’accesso dei mezzi di locomozione, o adottare le targhe alterne.

Misure che non servono praticamente a nulla se non a tamponare temporaneamente il problema e mandare “fumo negli occhi” della popolazione (con la chiusura al traffico le polveri sottili diminuiscono leggermente solo dopo qualche giorno di chiusura – tradotto in disagi al cittadino -, salvo ritornare ai livelli precedenti alla riapertura della normale viabilità).

Anche l’elettrico, di cui si fa un gran parlare, è più un esercizio di stile che la ricerca di vera alternativa.

Un modo per creare un nuovo business a vantaggio di pochi, dando l’illusione che si sta lavorando per cercare fonti di energia alternative ai carburanti fossili da locomozione.

E intanto si fanno dei bei soldi con la Formula “E” che gira per Roma (sponsors, biglietti, diritti televisivi, …).

Nessuno dice qual è il problema vero: smontare il sistema di business che gira attorno ai combustibili fossili è un’impresa titanica.

Non dimentichiamoci che si sono combattute guerre per queste storiche risorse e che si sono compiuti omicidi più o meno palesi…

Quando qualcuno (in Italia e non) ha tentato di rendersi autonomo dalla schiavitù del petrolio acquistato dai “soliti noti”, cercando, come conseguenza, di renderne autonomo il proprio Paese, o è morto ammazzato o è scomparso nell’oblio della delegittimazione.

Serve fare nomi? Non credo. Basta studiare la storia...

La realtà è che non c’è la vera volontà di smontare questo sistema anche se ci si è resi conto che il petrolio non durerà in eterno.

E poi nascono le perversioni.

Per far decollare l’elettrico dovresti fare in modo che chi guida un’auto elettrica abbia necessità di recarsi alla stazione di servizio per una qualche necessità: ricaricare le batterie ad esempio.

E tutto pur di mantenere viva la rete di stazioni che diversamente potrebbe chiudere per sempre.

Ed allora ecco che si fanno “ricerca e sviluppo orientati” a generare un elettrico che sarebbe difficilmente ricaricabile a casa (ci vorrebbe troppo tempo con la tecnologia delle odierne vetture elettriche) rendendo conveniente andare alla solita stazione di servizio.

Ma poi c’è da chiedersi: “se l’elettrico si diffondesse davvero, avremmo tutta l’energia necessaria a ricaricare tutte le auto in circolazione?”… Boh!!!

Ma intanto è solo per pura affaristica perversione che si continua ad alimentare un sistema di business che arricchisce solo qualcuno, per quanto obsoleto esso possa essere.

Che poi, parliamoci chiaro, non è neanche l’elettrico la soluzione vera (ma è quello che ci vogliono far credere… per adesso…) in quanto il motore ad idrogeno (la cosiddetta “fuel cell”) potrebbe vedere un motore che si autoalimenti una volta generata la reazione di partenza (quella che lo farebbe avviare).

Immaginate un motore che potrebbe autoalimentarsi solo aggiungendo acqua?!?

Con residui nocivi pari a zero (appena un po’ di vapore acquo… E magari con questo residuo ci crei anche altra energia…).

E invece è un progetto che non deve decollare perché non converrebbe al “sistema”.

Se un giorno se ne parlerà ancora sarà perché per innescare la reazione all’accensione dovranno esserci le batterie elettriche… Capito il meccanismo?!?

O il nucleare. Immaginate un motore che con un pillola di uranio cammina per 25 anni!!!

Non è fantascienza, ci hanno già provato con successo!

Per il cambiamento ci vuole coraggio (da parte dei politici preposti allo scopo) e grande consenso di popolo (governi sostenuti da larghe maggioranze che siano legittimati a imporre il cambiamento anche contro il “sistema” di business vigente).

E non è chiedendo al povero cittadino di non prendere l’aereo o l’auto che si risolve il problema.

Tantomeno dicendogli di morire dal caldo e non accendere il climatizzatore.

Anche Greta Thumberg spera di far breccia sui governi ed anche quando, in maniera simbolica, dice di non prendere l’aereo o l’auto, lo fa come provocazione, sapendo che non si risolve così il problema  (o almeno spero che lo faccia per questo, perché sennò è davvero una povera illusa!).

Altro tema del tipo “pesce-testa-coda” che mi fa pensare e che mi lascia esterrefatto è quello del livello culturale del nostro Paese (che, in qualche modo, è intrinseco alla strumentalizzazione politica delle “colpe”, di cui abbiamo parlato).

“Ci sono pochi laureati” e gran parte di questi si laureano in discipline che ne faranno “i nuovi disoccupati”.

Proviamo a chiederci perché (discorso simile si potrebbe fare anche per le poche nascite nel nostro Paese: quando fai delle scelte, è tutto commisurabile alle aspettative che immagini di avere...).

Da tempo sappiamo, ormai (ahimè) che questo Paese può offrire poco o niente ai nostri giovani e ciò comporta che lo scoramento regni sovrano.

“Perché devo anche fare la fatica di laurearmi se tanto resterò disoccupato?”. È la domanda che molti si fanno, già sapendo che se intendessero percorrere un percorso universitario (con i costi e i sacrifici, anche della famiglia d’origine, che questo comporterebbe…), dovrebbero essere disposti, quasi certamente, ad andar via dalla propria terra.

Quelli che comunque si laureano e restano nel “proprio paesello”, di solito conseguono titoli di laurea cosiddetti “più semplici”, perché tra non fare nulla e iscriversi ad una facoltà (magari facile…) probabilmente scelgono la seconda possibilità… Fin quando (sempre in attesa di collocazione) capita anche che si laureino!

Forse è anche per questo che ci sono più laureati al Sud!

In buona sostanza:

  • “mi laureo con la concreta possibilità che debba andarmene";

oppure

  • "non mi laureo e resto in patria, poiché anche con la laurea, ove decidessi comunque di restare, rimarrò pur sempre disoccupato”.

Ovviamente è un’estremizzazione del problema ma aiuta a comprenderlo…

Poi assisti ad episodi deleteri come il “baronato” nelle università, le cattedre “a simpatia”, i concorsi “truccati” per i ricercatori e vedi come distruggi un certo tipo di credo e di speranza di chi ne ha già poca.

Siamo un Paese che non sa premiare il merito e non sa punire le colpe…

Siamo eredi di un provincialismo diffuso che non ci permetterà di crescere. Parentopoli e campanili vari, familismi e sotterfugi di ogni genere e in ogni campo, non aiutano a creare le condizioni per credere all’investimento che i giovani dovrebbero poter fare in questo Paese…

Ma la colpa è che ci sono pochi laureati…

Ah ma allora è tutto chiaro! Sarà per questo che l’Italia è ferma da 25 anni!!!

La colpa è dei giovani che non si laureano! E come la colpa di chi non fa figli! O di chi non crea nemmeno famiglia...

Quindi la colpa è sempre “della coda” non “della testa” che non ha saputo gestire il Paese e renderlo migliore…

È sempre colpa degli ultimi se sono e siamo ultimi.

Ma, nel frattempo, “i primi” dove stavano?!?

Mauro

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