Quando a vincere sono i numeri…

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Quando hai la ventura di aver battuto i marciapiedi, come le prostitute, per oltre 25 anni, hai maturato un’esperienza che difficilmente potresti aver acquisito attraverso qualunque titolo di studio.
E quando, in quegli anni, hai fatto il venditore “sul campo di battaglia” capisci certamente molto di più del tuo settore di quanto ne possa capire il fighetto di turno laureato alla Facoltà di Economia di Vattelappesca, con master alla Staminchia Business School.

Se poi la tua attività non è necessariamente legata a studi specifici ma soprattutto a studi di ambiti empirici, ecco che l’esperienza dovrebbe essere lo studio migliore e la testimonianza delle vere competenze acquisite. Soprattutto se hai dimostrato di saperti evolvere nella gestione delle risorse e nel mantenimento di realtà locali.

Quanti sono, in questi stessi ambiti, quelli che vengono collocati perché sanno fare le cose?
O quelli che sono stati collocati perché hanno dimostrato di saper fare le cose?
Pochi.

Vige la regola, anche dove il titolo non risulti significativo, che un laureato (in qualunque cosa) debba saper fare meglio. A prescindere.

Ecco, allora, che ti trovi direttori commerciali dalla dubbia valenza e senza alcuna “vision” coerente con il business da sviluppare, direttori vendite che sbagliano i congiuntivi quando scrivono un’email e che non hanno mai fatto i venditori, ragionieri che si atteggiano a capi dell’amministrazione quando l’unica cosa che hanno amministrato nella loro vita è stato, forse, la dispensa di casa.
Certo, per comandare l’amministrazione di un’azienda devi necessariamente avere un titolo pertinente ma devi anche dimostrare di saperlo fare: tra teoria e pratica, di solito, ci sta l’abisso!

Quello che voglio dire è che bisognerebbe avere il coraggio di valutare le persone per quello che sono e per quello che possono dare, piuttosto che solo per i loro titoli sulla carta.

Quantità e qualità piuttosto che sole qualifiche.

Per carità, non voglio dire che il titolo sia superfluo o inutile ma ci sono ambiti dove il titolo non fa la differenza.

È proprio il caso degli ambiti commerciali, ove l’esperienza dovrebbe far “grado”.
Ma spesso non è così.

Dare opportunità a colui il quale può darti valore aggiunto è, non solo furbo, ma anche maggiormente responsabile, nel senso di vera assunzione di responsabilità: se prendo il “qualificato” di turno mi sono facilmente deresponsabilizzato in quanto a chi mi chiederà conto delle mie scelte potrò dire che ho scelto in funzione di titoli dichiarati e dimostrabili mentre se scelgo per “abilità” mi espongo diversamente e ne sono certamente più responsabile perché, in qualche modo, ove non ci sia la qualifica formale, è come se garantissi per costui.

La verità è che in aziende strutturate pochi hanno davvero la capacità di contornarsi delle persone giuste sol perché non le sanno scegliere con il giusto criterio o non vogliono assumersi la responsabilità di esporsi scegliendole. È più facile scegliere “l’amico”, meglio se titolato, che non quello bravo…

Tutti abbiamo un capo ma sono i risultati che contano.
E se i risultati posso ottenerli con persone di quantità e qualità a prescindere dalle qualifiche, sto facendo bene o male?

La verità è che, in un Paese in cui meriti e competenze sono troppo spesso surclassati da raccomandazioni, è certamente più facile collocare il “devoto” di turno, soprattutto quando a giustificazione di tutto ci sta il titolo importante che costui può comunque vantare.

Esiste parecchia letteratura su aziende che hanno fatto “la fine del sorcio” perché poste in mano a teorici di turno, contro tanti casi di realtà i cui managers, senza qualifiche altisonanti, hanno scritto la storia.

Il manager è colui che può dare un esempio vero perché conosce il mestiere suo e degli altri che gestisce. Perché lo ha già fatto ed anche bene, prima di quelli che gestisce. Conosce “il campo da gioco”.

È chiaro anche che quando scegli qualcuno “di esperienza” deve metterti bene in testa che non stai scegliendo “lo zerbino” di turno ma uno che di solito ha una sua forte personalità, direttamente legata al fatto che è consapevole di “saper fare” quello per cui è stato scelto.
E, solitamente, ha anche parecchio penato per imparare quello che sa: perché lo ha imparato a proprie spese “sul campo”.
Chi viene collocato per “grazie ricevuta” dal raccomandante di turno è solitamente portato ad agire in un continuo atteggiamento di gratitudine verso chi ha permesso che fosse lì (privo di esperienza specifica) e questo comporta, spesso, che abbia un tono tendente al compiacimento della persona che lo ha scelto secondo tale logica.
Molte volte accade, però, che il compiacimento ricercato non coincida con le reali esigenze dell’azienda…

Io non ho mai conosciuto capi “veri”, che hanno dato risultati “veri”, dal carattere remissivo e accomodante. Quasi sempre sono persone con cui non è sempre facilissimo rapportarsi ma che sanno essere giusti e autorevoli. Mai vendicativi o rancorosi ma capaci anche se spesso esuberanti, sempre “pesantemente” presenti.

Ma, in fondo, per la tua azienda vuoi uno che sia accomodante o che ti porti risultati?
Poi se oltre ad essere capace ed esperiente abbia anche la qualifica formale che ben venga!

Allora prova a scegliere il talento e l’esperienza… Dai un opportunità a chi lo merita davvero!
Impara a guardarti attorno!

Lo “YesMan” non ti serve a nulla! Compiacere l'ego non porta fatturato!

Se poi vuoi per forza qualcuno che "scodinzoli" ogni volta che parli... Comprati un cane!

Mauro

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