Perché mi sono tesserato con AZIONE di Carlo Calenda.

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Alle soglie dei 52 anni ho deciso di impegnarmi in prima persona in quello che reputo un doveroso sostegno alla politica che apprezzo.
E l’ho fatto un po’ anche per esasperazione, per quello che vedo e che sento.

Alla mia età qualcosa devi pur averla capita - altrimenti non la capirai mai - ed evidentemente era destino che avvenisse adesso.

Non ho mai fatto politica in senso stretto ma, in fondo, l’ho sempre fatta.

L’ho fatta tenendomi informato e non cadendo nel tranello dei “fake” strumentali che ammorbano il web e i social o i discorsi di tanti politici politicanti, l’ho fatta affrontando con amici, parenti e colleghi lo stato delle cose nel nostro Paese, cercando di indirizzare al più corretto comportamento elettorale quanti si avvicinano alle urne con il triste atteggiamento del “tanto non cambia nulla e sono tutti uguali”, argomentando che non è pensando che tutto sia inevitabile ed ineluttabile che si può sperare di veder cambiare le cose.

A volte ho affrontato persone alle quali ho dovuto dire “non importa chi voterai ma almeno vai a votare!”.
Ho fatto politica quando ho cercato di ragionare con la mia testa e non con la testa delle “voci di corridoio”, che tanto male fanno ad un sano confronto politico.
E l’ho sempre fatta pensando che la prima vera politica la si fa con sé stessi, quando hai maturato la consapevolezza che in tutto quello che fai devi mettere il massimo delle tue capacità, affinché anche ciò che ti gratifica meno deve essere fatto sempre al meglio delle proprie possibilità.
Ed ho sempre pensato che se davvero si vuole un Paese migliore bisogna partire dalle piccole cose quotidiane di ognuno.
E non basta solo puntare il dito sugli errori degli altri, ma bisogna trovarsi nella condizione di poter dire, sempre, io ci ho provato con le reali migliori intenzioni di riuscire sul serio.
E quando mi è capitato di adempiere a compiti di lavoro noiosi, poco stimolanti, ma che andavano comunque assolti, ho ragionato sempre nella stessa maniera.

Preferisco non fare che fare male.

Ciò non significa che nella vita non abbia mai sbagliato o fatto male qualcosa. Potrei fare un lungo elenco di errori che non rifarei e di cose andate male, mio malgrado.
Ma quello che mi ha sempre animato è stata la buona fede.

Si può sbagliare, ma se lo fai in buona fede non è biasimabile.

Come tale ho sempre cercato punti di riferimento che rappresentassero questo mio sentire, anche nella politica di tutti i giorni.
Devo dire che, sinora, avevo fatto fatica a trovarli.

È inutile nasconderci che stiamo vivendo il momento più triste della nostra democrazia, poiché dopo 40 anni di clientelismi, nepotismi e favoritismi, paghiamo il prezzo di una classe dirigente tra le più scarse di sempre.
E non è il coronavirus che ha peggiorato le cose, anzi.
Probabilmente la pandemia ha evidenziato, con effetto livella, tutto le pecche del sistema.
Ha fatto emergere chiaramente le falle, le incompetenze e l’incapacità di agire con una visione chiara delle reali esigenze delle persone, laddove chi, troppo arroccato sulle proprie posizioni di potere, ha cominciato a scollarsi in modo preoccupante dalla vita vissuta dalle persone “normali”, non riuscendo realmente a “scaricare a terra” tanti buoni propositi.
Quelle persone che si svegliano presto ogni mattina per un tozzo di pane a fine mese, che si spaccano la schiena in silenzio e a cui poco importa se tu sei di destra o di sinistra.

Anche io non ho scelto per schieramento: ho scelto la persona.

Ma penso anche a quegli imprenditori che, come ebbe ad evidenziare un grande Luigi Einaudi in un suo famoso discorso, sacrificano sé stessi per tutta una vita, per la voglia di creare, costruire, innovare, dare lavoro, ma anche di crescere economicamente.
Per comprendere davvero queste persone bisogna essere od essere stato uno di loro.
Vivere come loro, soffrire come loro.
Ed io, nel mio piccolo, l’ho fatto e continuo a farlo.
Conosco bene il mondo del lavoro autonomo, imprenditoriale, privato, pubblico: ci sto dentro per versi diversi.
E conosco anche tutto quello che gli gira intorno, fisco compreso.

Proprio per questo ho sentito la necessità di impegnarmi in prima persona.
Perché mi reputo uno dei tanti, tra quelli che non vogliono più credere all’ineluttabile.
Ma per fare bene ci vuole qualcosa che nel nostro Paese sembra essere divenuto secondario: competenza.

Puoi essere competente se conosci quello di cui parli perché lo hai vissuto e non perché l’hai sentito raccontare.
Non dico a tutti i costi di esserlo io competente (anzi, per tante cose non lo sono affatto) ma voglio sostenere chi la competenza la dimostra sul serio.
Proprio quello che ho identificato in Carlo Calenda e nella sua idea di partito.
L’unico che giudico all’altezza di ragionare sui contenuti veri di cui una politica sana dovrebbe occuparsi.

È sapete perché?
Perché ha studiato (tanto e si vede), ha lavorato in aziende reali, ha fatto il manager e ha condiviso la vita lavorativa quotidiana con quelle persone che si svegliano presto ogni mattina per recarsi in quelle stesse aziende.
Non ne ha sentito parlare da una narrazione politica di convenienza, ove le esigenze degli altri sono solo argomentazioni da tirar fuori in campagna elettorale ma, di cui, in fondo, non importa niente a nessuno.
Poi ha fatto politica ad altissimo livello. È tuttora parlamentare europeo.
Quello che giudico uno dei migliori ministri degli ultimi 30 anni, ove con il “suo” MISE stava riuscendo nella titanica impresa di revisionare il mondo dell’industria, mediando anche tante crisi con grosse realtà imprenditoriali a beneficio dei lavoratori.
E i risultati si sono visti, poi massacrati da chi lo ha sostituito su quella poltrona.
Uno che rinunzia ad una poltrona certa nella maggioranza di Governo, preferendo rischiare in proprio per creare un nuovo partito, con le difficoltà che oggi questo comporta, non è cosa da poco (al contrario, qualcun altro il partito nuovo se lo è fatto ma è rimasto saldo dentro la “sua” maggioranza…).

E non è cosa da poco, soprattutto in un periodo storico in cui anche chi doveva “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” è stato il primo a diventare apostolo di una politica da casta.
Generando l’ultima delle grandi delusioni da parte di chi (non io) li aveva votati per protesta, per stanchezza, per rabbia o perché pensava davvero potessero far bene.
Con il deleterio esito di un ulteriore drammatico allontanamento delle persone dalla politica.

Senza competenze non si va da nessuna parte.
Ma ci vuole coraggio anche e soprattutto a portare avanti le proprie idee, quando un certo mondo intorno a te ha convenienza affinché le cose non cambino.

Nella gattopardesca pantomima che stiamo vivendo da troppi anni, la Sicilia ha certamente pagato e continua a farlo, uno dei prezzi più alti.
Il coronavirus lo ha evidenziato ancora di più.

Potrei stare ad analizzare gli enormi errori compiuti nella gestione di questa pandemia che ha voluto uniformare tutti per non isolare il “solerte” Nord, con la conseguenza di danneggiare maggiormente il Sud, o la narrazione che quando al Sud qualcosa va male è solo perché siamo brutti, sporchi e cattivi, mentre, invece, se capita al Nord sono sempre tsunami imprevedibili, sfighe incommensurabili, comprese le decisioni assurde di mettere insieme contagiati e non contagiati nelle RSA.
Ma è sempre sfiga quando è il Nord. Mai sia che si possa imputare a cattiva amministrazione.
Per quello il primato sta al Sud, nonostante la stampa estera la racconti diversamente a favore di un Sud ormai troppo silente e rassegnato.

Vorrei poter dare il mio modesto contributo ad un reale cambio di passo, ma da soli non si va da nessuna parte.

Ecco perché mi piacerebbe che anche altri facessero la mia scelta con AZIONE. Per crescere insieme.
Certo, non sono i 10 euro di quota minima annuale che possono spaventare alcuno, ma deve esserci la voglia di voler davvero incidere, finalmente, su tanti temi che non vedo più trattati con la dovuta competenza.

Se la pensi come me, tesserati online DA QUI.

Abbiamo bisogno di gente perbene che sostenga questo progetto.
Perché non siamo condannati ai populismi, ai sovranismi, alla politica urlata o “ai cretini di ogni età”, come cantava Dalla.

Mauro

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