Ma che cavolo di persone vuoi?!? Cinquanta o non cinquanta…

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Ho 50 anni e me ne vanto.
L’età, specie se motivo di intense esperienze vissute, è un privilegio. Mai un disagio.
Sarebbe stato peggio se non avessi fatto nulla nel frattempo ma, invece, ho lavorato tanto, ho messo su famiglia e fatto un figlio (più sforzo di mia moglie che mio, questo è vero…), lo sto crescendo con amore mentre continuo a coltivare le mie passioni per la politica, per la storia della mia terra, per la comunicazione, per gli ambiti commerciali che hanno contraddistinto i miei ultimi 25 (e oltre) anni di vita.

Spesso mi capita di leggere sui social specializzati in ambito lavoro (vedi LinkedIn) di alcune ricerche di personale che mirano al recruiting di figure manageriali o genericamente commerciali, per le quali ci si spertica in testi “civetta” che sembrano usciti dall’Accademia D’Arte Drammatica, del tipo: “Operiamo nella «Talent Acquisition» e non nel «Recruiting» perché pianifichiamo a lungo termine. Perseguiamo strategie e non tattiche.”
E ‘sti cazzi!
Premesso che non è affatto chiaro cosa si cerchi, ma partiamo da un presupposto: quando devi assumere qualcuno, in linea generale, lo vuoi talentuoso o “scemo”?
E allora a cosa serve un annuncio così?!?
Sembra esistere per il solo soddisfacimento dell’ego personale dell’imprenditore che proprio così lo ha voluto. Per la serie “ce l’ho duro!”.
E' come coloro i quali fanno i cartelloni in strada con la propria faccia sopra: mera vanagloria, egocentrismo che a nulla porta se non a spendere inutilmente dei soldini (anche perché se quello che pubblicizzi non ha caratteristiche adeguate a mercato e concorrenza ci puoi metter su tutte le facce che vuoi ma non vendi uguale… Posto che ancora serva fare i cartelloni… ma questo è un altro tema).

La verità è, spesso, che non si cercano risorse in grado di dare una vera ed immediata accelerazione ma persone che puoi inserire a basso costo, magari potenzialmente valide (potenzialmente…) ma che puoi “sfruttare” come meglio credi perché essendo giovani e prive di grandi esperienze vivono la sudditanza che una risorsa “scafata” non vivrebbe…

Ci sono ambiti in cui ha senso cercare il giovane di talento, come ci sono ambiti in cui serve avere il “duro reduce del Vietnam”. Dove Vietnam è il mercato e l’esperienza conclamata.

Quello che voglio dire è che troppo spesso non si guarda davvero al risultato che si vuole perseguire ma all'apparente convenienza economica delle scelte:
un giovane costa poco (solo nel breve però, perché gli dai uno stipendio più basso di uno che ha esperienza) ma “te lo devi crescere” (e nel lungo costa molto), mentre uno d’esperienza costa di più ma può darti risultati immediati senza investire il tuo tempo e le tue energie nel formarlo.
Quindi se cerchi manager che debbano perseguire la crescita “vera” prova a guardarti intorno, anche senza annunci: ti accorgerai che qualcuno lo conosci già (se fosse così sarebbe ancora meglio…).
Magari lo hai già incontrato per altre motivazioni di lavoro, negli anni, o te ne hanno parlato bene.
Magari non ha più trent’anni ma ha ancora tanto da dare.
Se cerchi personale che faccia da “testa d’ariete” (commercialmente parlando) allora puoi investire sui giovani: si formeranno in azienda da te.
Già nel 2007 qualcuno scriveva così:

«««««  

Fino alla fine degli anni Novanta, il cinquantenne era visto come un arnese da rottamare. Adesso, gli fanno la corte».
Si cerca l'esperienza. Si cercano uomini dai nervi saldi, dal polso fermo, dalla pazienza foderata. «Se per esperienza si intende la somma degli errori propri, o degli errori altrui che abbiamo comunque visto, il cinquantenne è l'uomo ideale. Certo, è come se il mondo girasse improvvisamente alla rovescia: gli anni Novanta erano l'epoca della “War for talent, della guerra per assicurarsi i talenti. Carte false, senza badare a spese, per avere i giovani migliori. Poi, lentamente, si sono tutti accorti che l'inserimento e l'integrazione di questi talenti sono difficili. Richiedono tempi lunghi e costi elevati. Quando riescono. Così, ecco la riscoperta del cinquantenne».
Come al solito, noi italiani arriviamo dopo la banda. Questa riscoperta è l'onda lunga di un fenomeno che in giro per il mondo risulta affermato. Oggigiorno non è più «War for talent», ma guerra per i risultati. E per avere i risultati, vale la solita regola: meglio un vecchio bravo che un giovane cretino.
Spiega Picca (Massimo Picca è un cacciatore di teste, in senso buono, che lavora a Milano per la multinazionale americana Russell-Reynolds, quaranta sedi in tutto il mondo – N.d.R.): «Da come s'è messa l'economia, con i tempi e i ritmi vertiginosi che tutto macinano, tante aziende non possono più permettersi di allevare per dieci anni un giovane talento. Non c'è più tempo per aspettare. Fra dieci anni, dicono tutti, chissà dove saremo. Chissà cosa saremo. Inevitabile garantirsi gente pronta subito, in grado di fornire risultati istantanei».
Perché, tutto questo? Com'è possibile che il cinquantenne non sia più l'uomo della rottamazione, ma addirittura l'uomo del futuro? Picca sorride: «Userò una metafora. Con il primo figlio, è tutto una scoperta e un'ansia: oddio non mangia, oddio non respira, oddio ha la febbre. Col secondo già cambia. Col terzo, troppe ne abbiamo viste: prima di preoccuparci, deve proprio cascare il mondo».
Il cinquantenne è il padre al terzo figlio. Le aziende l'hanno capito. Molto prima in America, ora - benvenute - anche da noi. Succede esattamente quello che è toccato ai laureati in materie umanistiche: per un lungo tempo li abbiamo considerati sfaccendati e buoni a nulla. Poi, un giorno, dall'America ci hanno avvertito che le aziende cominciavano ad assumere dottori in filosofia e in psicologia, consapevoli che addestrare un saggio a mansioni tecniche fosse comunque più facile che trasformare un supertecnico in un saggio. Da quella volta, anche le nostre aziende hanno cominciato ad assumere filosofi.
Adesso è il momento del cinquantenne. Sdoganato e rivalutato, previa esperienza americana. Mai arrivarci da soli: comunque, l'importante è arrivarci. Oggi capita spesso che la grossa azienda, tra un quarantenne lanciato e un cinquantenne navigato scelga subito il meno giovane. Senza esitazioni. «Ovviamente - spiega Picca - ci sono motivi precisi. Il primo, è l'arrivo dei grandi Fondi alla guida di certe aziende: ci stanno al massimo cinque anni, poi rivendono. In quel breve periodo, devono risanare e fare risultato. Ovvio: cercano il cinquantenne garantito, che non richiede lunghi tempi di svezzamento. Lo pagano benissimo, tra l'altro. Poi ci sono le aziende familiari: in questo caso, il padrone ha un delfino, magari lo stesso figlio, che sta crescendo. Nell'attesa, però, deve fare risultato: di nuovo, caccia al cinquantenne. Farà da ponte, garantendo profitti, in attesa che il rampollo giunga a maturazione. Infine, i casi sempre più recenti di fusioni e assorbimenti. Il taglia e cuci. Da un punto di vista organizzativo, operazioni complesse. Ci sono i gialli e ci sono i blu, ma prima che diventino verdi ce ne vuole. Così, a governare questi processi esplosivi, servono uomini esperti, sicuri, affidabili. Certo, serve un cinquantenne...».
Musica per le nostre orecchie, di noi che ci stiamo arrivando o che ci siamo appena arrivati: serve un cinquantenne. Non sembra neppure vero. Sì, in un mondo che credevamo totalmente in pugno ai trentenni e ai quarantenni, risuona l'eco di questa suadente armonia: serve un cinquantenne. Mettiamoci tranquilli: lo sfasciacarrozze può attendere. Certo, poi lo sappiamo com'è: un giorno, senza nemmeno accorgerci, saremo sessantenni. Al momento, però, non è dato sapere se servono pure loro. Comunque non è detto: con calma, senza pregiudizi, finalmente liberi da facili mode e stupide tendenze, forse un giorno arriveremo a rivalutare anche altre età, scoprendo misteriosamente che a questo mondo c'è un posto per tutti.

»»»»»

(Tratto da "Lavoro, la rivincita dei cinquantenni da rottamati a generazione del futuro" - IlGiornale.it - Cristiano Gatti, 2007).

Ricalca perfettamente quello che penso. Non avrei saputo dirlo meglio.
Oltretutto, sfatiamo anche un mito: larga parte di essi (i cinquantenni) conosce benissimo le nuove tecnologie e se ne serve appropriatamente senza esserne succubi, come accade, invece, per le generazioni che ci sono nate dentro.
Sanno dominarle a proprio uso per migliorare concretamente la loro produttività e non sono quasi mai vittime di esse.
Se hai poco tempo scegli l’esperienza, se ti puoi permettere tempi lunghi allora va bene tutto…

Mauro

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