L’attitudine al comando.

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Un vecchio adagio siciliano recita che “u cumannari è megghiu do futtiri” (per quelli di Bergamo Alta: “comandare è meglio di fare all’amore”), tanto viene ritenuto gratificante avere ruoli di autorità che ti permettano di impartire ordini e direttive su altri.
Ed in effetti esiste un certo qualcosa di leggermente perverso nella visione del comando…
C’è chi lo intende come un privilegio, chi come un onere e chi come entrambi.
Tralascio chi lo vede solo come esercizio del potere: non serve a nessuno se non a sé stesso.
La verità è che comandare significa, solitamente, assumersi responsabilità e spesso pagarne il prezzo.
Si può essere capi “illuminati” e capi “fulminati”.
Il capo “illuminato” è colui che ascolta e poi decide, quello “fulminato” è quello che decide e poi ne “giustifica” la decisione.

Anche per fare il capo è necessario assumere informazioni.
È un po’ come quando devi andare dal cliente e ti prepari alla visita, assumendo quante più informazioni possibili sulla sua attività.

Cosa distingue coloro che sanno fare i capi e sanno di saperlo fare, dagli altri?
Fondamentalmente la politica dei “no”.
Il capo ha la capacità di argomentare i “no” in quanto a dire “sì” ce la fanno tutti.
È un po’ come la filosofia che anima le vendite: tutta la formazione sulle tecniche di vendita verte sul “no” del cliente, su come contrastarlo, su come superarlo.
Se fossero tutti “sì” staremmo a fare tutti i venditori e saremmo tutti ricchi.
Per sostenere i “no” bisogna avere motivazioni concrete e dimostrabili.
Saper dire “no” (motivati) costituisce uno dei primi presupposti affinché la squadra senta fortemente la presenza di colui che conduce la baracca, riconoscendone il ruolo.
Abbiamo delineato, quindi, alcune caratteristiche chiare dell’attitudine al comando e del capo “illuminato”:

  1. Ascolta la squadra;
  2. Assume informazioni;
  3. Gestisce adeguatamente le sue scelte dei “no”;
  4. Non ha timore ad andare controcorrente se ha delle motivazioni concrete per farlo.

Potremmo inserire tante altre caratteristiche che possano identificare un capo, ma l’idea non è quella di elencarne gli aspetti caratteriali (per quello basta la vasta letteratura che troviamo sulla rete e per la quale non serve ripetersi in questa sede), ma analizzare alcuni parametri che spesso sfuggono ad una superficiale analisi dell’attitudine al comando.
Soprattutto se stiamo parlando di capi riconosciuti e non imposti a tutti i costi.
Un capo riconosciuto (c’è chi dice leader…) è colui il quale, sebbene abbia una forte personalità priva di timori decisionali, riesce a farsi apprezzare dai suoi uomini che, anzi, ne ricercano le competenze, la presenza, il conforto.

C’è chi dice che un vero capo è sempre solo.
Ed in effetti questa affermazione ha la sua logica.
Non puoi avere amicizie sul lavoro se sei un capo, ma solo rapporti amichevoli.
Perché accade ciò?
Per il semplice motivo che un rapporto di amicizia genererebbe compromissioni difficili da gestire.
Non che non si possa andare a cena insieme con le rispettive famiglie, ma chi comanda, difficilmente è avulso da critiche: viene criticato quando fa le cose per bene figuriamoci se sbaglia…
Proprio per questo, quando i rapporti di lavoro finiscono, è praticamente impossibile che restino amicizie.

Perché è scientificamente provato che i migliori capi abbiano estrazioni umanistiche?
Perché hanno una diffusa capacità di agire in linea introspettiva sviluppata sin dai tempi dei loro studi.
Quella capacità della comprensione dell’animo altrui che è determinate quando gestisci esseri umani e non macchine, con la consapevolezza che l’animo umano è variabile.
Non che questa caratteristica non la si possa trovare anche presso chi non ha studi umanistici alle spalle, ma è certamente caratteristica più presente nel primo caso.
Studiare filosofia o diritto aiuta.

Poi, però, c’è chi nasce capo.
Ne ho incontrato alcuni.
Sono persone che danno sicurezza.
Ecco un’altra caratteristica che spesso viene trascurata.
In una squadra, avere il capo che infonde sicurezza nei confronti delle strade intraprese è una valenza importante.
Ma la sicurezza non si inventa.
A volte è un atteggiamento figlio dell’esperienza, laddove la si interpreta per motivare la squadra, a volte è consapevolezza di aver valutato correttamente tutte le alternative possibili.
A questo serve ascoltare le opinioni della squadra.
Creare quel contesto di analisi che agevoli le scelte.
Poi o si è interventisti o si è attendisti.
Personalmente sono per la prima visione.
“Chi mangia fa molliche” dice il proverbio ma chi non mangia resta morto di fame pur se con la sterile consolazione di “non aver fatto molliche” (quindi di non aver sbagliato).
Ma la troppa analisi porta alla paralisi e quindi un buon capo si distingue anche per questo.
Il decisionismo non è un difetto quando esercitato con piena consapevolezza di aver assunto tutte le informazioni possibili finalizzate ad una scelta.
L’alternativa è dare l’impressione di “una barca priva di nocchiero”.
Nessuno dirà mai di un capo “che bravo, fa decidere tutto a me”, ma piuttosto dirà “che cavolo lo pagano a fare se devo decidere tutto io?”.

Mauro.

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