La tempesta perfetta.

image_pdfimage_print

La tempistica è di quelle eccezionali.
Con la precisione di un cecchino e la puntualità di una cambiale, il coronavirus ha scelto proprio il momento giusto per presentarsi in Italia.
In un Paese in cui possiamo vantare il Governo più scarso della storia repubblicana, raccogliticcio e arraffazzonato, con zero visione politica e tanta visione “poltronistica”, in un momento economico tra i più tristi degli ultimi 20/30 anni, era esattamente questo che mancava…
È come quando tutto ti va storto e per consolarti dici ironicamente “beh poteva andare anche peggio, … poteva pure piovere…” e dopo qualche minuto accade anche quello…
Certo è che se uno la volesse mettere giù da un punto di vista diverso dal “pensiero unico” imperante, potrebbe sembrare che questa cinica perfezione temporale suoni un po’ strana.
Che l’Italia, negli ultimi 30 anni, sia stata oggetto - è tuttora lo è - delle “attenzioni particolari” di chi la volesse facile vittima di un’economia predatoria di cui era temibile rivale, questo è fatto noto.
Dallo smantellamento dell’IRI, alle privatizzazioni scriteriate, gli anni 90 hanno segnato l’essenza di questa Repubblica.
Allora eravamo la terza potenza economica d’Europa e la sesta al mondo e davamo fastidio.
Tanto di quel fastidio che l’Europa, già con forti ingerenze di spocchia francese, cinismo anglosassone (quegli anglosassoni che avevamo appena superato in classifica, attestandoci dopo Germania e Francia) e millantato rigorismo teutonico, ci avrebbe voluto vedere, con estremo piacere, fuori dai giochi che contavano.
Anche perché la nostra crescita avrebbe rischiato di generare anche il successivo sorpasso di qualcun altro…
E allora ecco che bisognava intervenire.
Con la scusa che lo Stato dovesse cedere al privato, abbiamo svenduto i “gioielli di famiglia”.
Svendite avvenute con la complicità di qualcuno che poi, esaurito il proprio mandato, è finito a fare il consulente strapagato per le più grandi banche d’affari del pianeta. Ma guarda un po’ il caso, alle volte!
A chi abbiamo svenduto?
Scava, scava, parecchi di questi gioielli proprio a chi ha sollecitato quelle svendite…
Quando poi l’Italia, stava per rendersi indipendente energeticamente (con petrolio libico e gas russo), qualcuno (la Francia) decise che la Libia dovesse essere liberata (ma da quale oppressione?!? La loro o quella di Gheddafi?!?).
Con una conseguente immigrazione che ci avrebbe visto necessariamente in prima linea per collocazione geografica.
Il Trattato di Dublino ha completato il quadro.
Un trattato mai rinegoziato in nome di un pizzico di flessibilità sui nostri conti pubblici e che stiamo pagando da troppo tempo.
Quello che non è chiaro ai più è che un’immigrazione così non fa altro che agevolare i ricchi e danneggiare i poveri, per il conseguente abbassamento dei salari che essa genera.
Non è che gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare, è solo che fanno quei lavori con meno costi salariali per il datore (in maniera lecita o meno…).
Quegli stessi lavori - ove pagati adeguatamente - troverebbero anche gli italiani disposti a farli…
Ma questo va a vantaggio dei “padroni” e genera la “guerra tra poveri” a cui assistiamo da anni.
Non sono certo di sinistra ma ci sono considerazioni che trascendono gli schieramenti.
Quei “padroni” che hanno fatto del liberismo una perversa modalità di arricchimento deregolato che comporta una sempre maggiore distanza tra ricchi – sempre più ricchi – e poveri sempre più poveri.
Peggio ancora se le nostre aziende migliori sono sempre più spesso di proprietà estera.
Con conseguente attacco, più o meno dichiarato, al risparmio privato degli italiani.
Infatti, mai come adesso sono le generazioni precedenti che mantengono le generazioni successive.
Quelle generazioni che qualche soldo da parte erano pure riuscito a metterlo.
Poi arriva lui, il coronavirus.
Non siamo la Cina, con la sua economia forte - e la sua dittatura - e le ferite che dovremo leccarci, quando l’epidemia sarà domata, saranno molto più gravi di quelle loro.
Partiamo da una crescita zero negli ultimi 20-25 anni e una perdita media di potere d’acquisto degli italiani pari al 3,8% nell’arco dello stesso intervallo, quando altre nazioni in Europa lo hanno visto crescere pure del 21% (Francia).
Alla fine di questa piaga, la Cina si riprenderà in sei mesi, noi non ci riprenderemo più.
E nel nome del coronavirus, al fine di tentare una difficilissima ripresa, ci si vedrà costretti a chiedere pure una forte contribuzione a chi ha qualcosa sul proprio conto corrente e un qualche patrimonio personale.
E l’opinione pubblica sarà pure d’accordo, perché è stata tanta la paura e l’allarmismo che si è generato, da vedere giustificata anche una richiesta del genere.
Il progetto sarà compiuto.
Finalmente si sarà minata anche questa certezza.
Il risparmio privato degli italiani è pari a circa il doppio del debito pubblico e questo fa di noi – tuttora e nonostante tutto – un paese ricco.
Quindi diamo ancora fastidio.
Poiché la ricchezza che si tiene in conto non è funzione di chi muore di fame o non arriva a fine mese ma quella di una consistenza globale.
Certo, noi siamo stati quelli che abbiamo avuto l’ardire di chiudere – per primi in Europa – un accordo quadro con la Cina che ci porterebbe ad avere la precedenza su vari accordi commerciali.
E ciò non è piaciuto nemmeno dall’altra parte dell’oceano.
Forse andavamo puniti pure per questo.
“Ma l’Europa ci darà una mano!” Poveri illusi…
La mano che può darci l’Europa è quella di una maggiore flessibilità di bilancio a debito, ma i debiti, prima o poi, devi pagarli.
Oppure con il ripristino del quantitative-easing. Ma sappiamo benissimo che l’immissione di denaro non arriva mai nelle tasche delle persone. Piuttosto nelle casse delle banche.
Che non prestano soldi se non a chi ne ha già.
Lo abbiamo già visto.
È di questi giorni anche la consapevolezza del crollo delle borse mondiali che, pur essendo un fenomeno generalizzato, a noi farà più male di altri.
Quando le aziende e i loro titoli crollano, divengono più vulnerabili e più scalabili.
E questo è ancora più vero se parti da un’economia già allo sfinimento.
È il “colpo di grazia” perfetto.
Se questo è il quadro – e temo sia davvero così – allora facciamo almeno in modo di usarlo a nostro vantaggio.
Se l’attacco al risparmio privato degli italiani sembra pianificato da tempo, vediamo almeno di usarlo "in proprio".
Mettiamolo in circolo e facciamone economia reale.
Come?
Ad esempio, attraverso un sistema di cedole riscattabili che permettano allo Stato di usarlo ma “a prestito”, incentivando chi lo conferisce con una detassazione mirata.
E non solo attraverso il collocamento di buoni del tesoro che hanno rendite pari a zero, visti i tassi d’interesse ormai in negativo.
Certo, non sono nessuno per insegnare qualcosa in questo campo ma, in questo momento, serve avere anche la capacità di una visione economica coraggiosa e creativa.
E poi, cacchio, facciamo pure queste benedette opere pubbliche!

Purtroppo, secondo Platone - che la democrazia la inventò, teorizzandola per primo - non ci può essere vera democrazia senza una diffusa cultura della popolazione.
Siamo il Paese in cui, per un sostanziale rancore verso la casta della politica, siamo disposti a sacrificare pezzi importanti della nostra democrazia, pur di avere la sensazione di punire quella stessa politica.
Magari senza renderci conto di stare a farci del male da soli.
Come con il prossimo referendum sulla riduzione dei parlamentari.
Il risparmio che comporterebbe rasenta il ridicolo se commisurato al PIL nazionale, ma il prezzo sarà quello di perdere una bella fetta di rappresentanza parlamentare, a danno, soprattutto, delle regioni più povere.
E sarà più semplice far passare “porcate” come l’autonomia differenziata che potrà essere votata e deliberata con una minore quantità dei necessari pareri favorevoli, in quanto meno saranno i parlamentari rimasti.
Ma l’importante è ragionare con la pancia…
La testa la usava solo Platone che, poverino, si illudeva che il popolo potesse essere acculturato.
Ma lo si dovrebbe volere…

Mauro

image_pdfimage_print

Lascia un commento