La caduta degli dei.

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Prendendo spunto da un post apparso in questi giorni su Facebook, in relazione alla brutta disavventura occorsa ad uno degli uomini più grandi che abbiano attraversato gli ultimi decenni, voglio porre alcune considerazioni che mi sorgono spontanee.
Parlo di Alex Zanardi.
In sintesi, il post voleva andare controcorrente rispetto a quanti hanno prontamente augurato un’auspicata guarigione del campione.
Evidenziando che egli non debba combattere per noi, che lo vediamo come idolo, ma “scegliere” se “voler andar via” (proprio così), senza preoccuparsi di voler continuare a dimostrare niente a nessuno.
Accampando la motivazione che molti di quelli che lo sostengono in questo momento non sono persone che meritano il suo esempio perché “posteggiano il suv nel posto dei disabili” o chissà per quale altro motivo di carente educazione civica.
In fondo – si desume – sarebbe inutile combattere per continuare a dare esempi positivi a chi non lo merita, o continuare a soffrire per combattere tra la vita e la morte, per lo sforzo che questo comporta.
E quindi, anche a fronte del fatto che certuni non meritano gli insegnamenti di chi è migliore di loro, si possa pensare che un uomo come lui scelga di “andar via” per questo.
Si può pensare forse che abbia voluto quell’incidente perché stanco di vivere? Si pensa davvero che un uomo che ha combattuto prima di tutto con sé stesso, sconfiggendo lo sconforto e la depressione che chiunque avrebbe provato al suo posto a seguito di quel tragico incidente nel 2001, sapendolo trasformare in nuove sfide e nuove vittorie, possa davvero non volere tornare alla sua quotidianità precedente a quest’ultima disgrazia?
È il trionfo del nichilismo. E della stupidità.
Ora, tralasciando l’assurdità del post, creato da chi - volendo emergere a tutti i costi nel mare-magnum delle stupidate scritte sui social - cercava facile popolarità generata da parte di coloro che, senza ragionare, hanno condiviso il post (e sono in tanti purtroppo…), quello che colpisce è proprio la decerebrata condivisione.
Diciamocelo chiaramente: siamo in un momento così buio della nostra civiltà al punto che quelli che un tempo venivano indicati come modelli da seguire oggi quasi infastidiscono.
Infastidisce chi ce l’ha fatta, perché sono tanti quelli che non ce la fanno.
E allora anziché saper stringere i denti o combattere per i propri obiettivi, è più facile cercare di vedere un po’ più perdenti anche i vincenti. Li avvicina ai perdenti, che ne trovano facile alibi alle loro sconfitte.
Sono basito.
In fondo è come dire che se nella vita non ho avuto le soddisfazioni che desideravo il problema non sono mai io ma sempre e comunque solo il contesto che mi circonda.
A volte può anche essere vero che tante difficoltà risultino poco ascrivibili alle nostre capacità o incapacità, ma avere modelli di riferimento è proprio quello che dovrebbe animarci ogni santo giorno.
Ma, usando una frase fatta “non  ci sono più miti né ideali”.
E se ci pensiamo, quello che sta succedendo ovunque è proprio questo.
Abbiamo perso punti di riferimento che sono sempre più rari.
Quanti vorrebbero vedere l’Italia fallire?
Non in maniera dichiarata, certo, ma sono in molti quelli che auspicano drammatiche conseguenze economiche della pandemia per giustificare una rabbia che possa portare a disordini sociali che diano sfogo alla propria insoddisfazione - per alcuni - e poter generare quella confusione strumentale che serve ad altri che ne approfitterebbero.
Sono in molti che vorrebbero abbattere questa o quella statua senza nemmeno averne ben capito il motivo, ma sol perché il movimento di turno, più o meno violento, dice che è giusto farlo.
La politica del gregge da cui, per qualcuno, non c’è immunità che regga.
Ecco, quello che spaventa è la rabbia non gestita, non direzionata, non strategicamente azionata.
Si può avere rabbia ma la si deve saper canalizzare nelle azioni opportune.
Siamo stanchi delle diseguaglianze sociali? Cominciamo a saper votare!
Siamo stanchi dei raccomandati di turno? Denunciamo le loro inefficienze.
Guadagniamo meno di quanto sarebbe giusto? Sosteniamo una revisione seria del mondo del lavoro.
Protestiamo, certamente, ma in maniera utile e non lesiva della propria cultura o della coesione sociale.
Ora, non voglio, con questo, dare libero sfogo alla delazione o alle ripicche ma non è con il nichilismo a danno di tutto e tutti che “andremo in paradiso”.
E nemmeno con la morale del “mal comune, mezzo gaudio” che risolveremo i problemi o con la speranza che chi ce l’ha fatta debba fallire, con la quale si possano giustificare i propri fallimenti come singolo o come società.
Viviamo dentro un momento storico in cui niente ha più importanza dell’ “anti”.
Devi essere anti qualcosa per attirare consensi, ma pochi sono quelli che all’anti contrappongono le idee per ricostruire davvero.
È facile voler vedere decadere il successo degli altri, più difficile portare al successo le proprie idee e i propri progetti.
Perché prima bisogna averli. E per averli devi saper ragionare e soffrire per realizzarli.

Perché ci siamo abbrutiti così?
Per le troppe promesse non realizzate e perché per troppi anni ci è stata insegnata una cosa e dimostrata un’altra.
Per la serie “fate quello che dico ma non fate quello che faccio” abbiamo assistito troppe volte alla scalata di persone indegne a ruoli di potere e a successi che si sono dimostrati figli di “scorciatoie” illecite e immorali o di amicizie e cordate varie.
Anche nello sport e nel mondo della cultura, che da sempre sono stati simbolo d’esempio.
Ecco come cadono gli dei.
Il messaggio è che devo avere successo a tutti i costi per essere “qualcuno” e tutto diviene accettabile in nome di ciò.
Ed ecco che poco scrupolo si pone chi ricorre al doping nel ciclismo o in altre discipline sportive o chi per avere successo aspira ad avere tanto denaro, divenendo - per questo - accettabile anche la corruzione e la svendita di sé stesso per lo scopo desiderato.
Importante è ottenerlo quello scopo. Come non è determinante…
In palese discordanza con i bellissimi valori morali che si dovrebbero insegnare a scuola.
È l’apoteosi del “tutto e subito” e del “voglio e mi spetta”.
A prescindere da quanto incida il mio impegno allo scopo.
Ma la colpa è soprattutto della mia generazione e di quella immediatamente precedente, che ha educato i propri figli ad una vita troppo facile, fatta di troppa condiscendenza anche quando non meritata.
Quando ero piccino io, ogni concessione ottenuta dai miei genitori era funzione di un traguardo raggiunto e non figlia di regalie “gratuite” o a seguito di una qualche lamentata pretesa da parte mia.
Oggi non sappiamo, non vogliamo, non riusciamo a dire “no”.
Forse perché è il sistema più rapido per risolvere il contrasto.
Ma abbiamo alimentato una generazione che pensa di non avere più bisogno di lottare e di dimostrare per ottenere ciò che vuole, successo compreso.
E in conseguenza di ciò non serve più avere miti o ideali che insegnino il sacrificio, anzi infastidiscono: se non ottengo subito quello che voglio lo otterrò lo stesso, anche dovessi scendere a compromessi.
Questa è l’essenza del mondo che abbiamo creato.
Non serve essere bravi ma “avere il santo in paradiso”, come non serve lottare se hai chi vede in te un utile strumento (o l’utile idiota…?!?) per i suoi affari e può permetterti una veloce carriera.
È tutto drammaticamente squallido.
Come si cambia direzione?
Cominciando a raccontare che di facile non c’è nulla e che quando pretendiamo correttezza, precisione, attenzione, puntualità, abnegazione, dagli altri (politici compresi, che comunque votiamo noi…), dovremmo capire che i primi a manifestare quei comportamenti virtuosi dovremmo essere ognuno di noi.
Una canzone molto nota recita che “gli altri siamo noi” e prima poi tutto ci ritorna con gli interessi: nel bene e nel male.
Ecco perché siamo ridotti così.
E la globalizzazione selvaggia, così come attuata - seppur valida nella sua accezione teorica - non ha aiutato.
L’aumento delle diseguaglianze a carico di una generazione imbelle, che non sa più combattere, può sfociare solo in reazioni di disordinata rabbia e difficilmente in progetti di strategico cambiamento.
Perché l’importante diviene distruggere quello che si contesta ma non più sacrificarsi per ottenere quello che si desidera: è più faticoso.
Ecco perché bisogna tornare a reinvestire (tanto) in scuola e università.

FORZA ALEX! VINCI ANCHE QUESTA!

Mauro

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