Fallo tu per primo! La politica del leader attivo.

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Nella mia vita ho conosciuto parecchi managers o pseudo tali che si piccavano di incarnare il ruolo del leader in ambiti commerciali e vendite.
Sono coloro che partono dalla convinzione intrinseca che, siccome loro sono i “capi” della squadra che coordinano, debbano ricevere accettazione e reverenza per circostanza imposta.
Mi è capitato di incontrare e lavorare con due tipi di manager del genere.
Il primo è del tipo “me ne fotto” e quindi completamente distaccato, tanto “nessuno mi manda via” (chiara rendita di posizione acquisita per collocazione "ricevuta dall'alto"...).
Con un atteggiamento di chiara boria per la quale “non ti devo dimostrare nulla”.
Impatto sulla squadra pari a zero. Utilità di questo tipo di manager: indifferente.
Il secondo tipo è quello che io chiamo “il marchese del grillo”… il “so tutto io” e “tu non sei un cazzo”.
Quello per cui tutto funziona solo perché c’è lui e “meno male che c’è, perché sennò…”.
Impatto sulla squadra: deleterio. Genera rigetto. Utilità di questo tipo di manager: negativa, tende a sgretolare un’azienda e danneggia pesantemente i risultati.
In entrambi i casi erano ben lieti di ricevere frequenti “incensate” da parte dei collaboratori perché ciò gli dava maggiore sicurezza e prestigio (pensano loro…).
Se nel primo caso la competenza, anche se presente, veniva poco a notarsi, nel secondo caso la voglia di protagonismo faceva palesare tutte le incompetenze del caso…
Poi ho incontrato anche manager validi che davano quello che avevano… Apprezzabili anche se non sempre quello che avevano da dare era sufficiente… Ma ci provavano.
Ma ho incontrato anche quelli bravi, che ci mettevano il cuore e umanamente “in gamba”.
Quando è toccato a me fare il manager sono voluto partire da un presupposto semplice: io sono qui perché c’è qualcuno che mi da l’opportunità di essere coordinato da me, perché c’è una squadra da coordinare, differentemente il mio ruolo non esisterebbe.
Su questa base di partenza ho interpretato il mio ruolo di “testa”, di “pancia” e di “cuore”… Ognuno all’occorrenza. Trasparente (a volte l’ho pagata per questo…). Ma anche con tanta dedizione e competenza (lo voglio dire perché la competenza davvero c’è sempre stata, in tutto ciò in cui ho cercato di cimentarmi nel lavoro… Ho sempre cercato di farmi trovare pronto allo scopo…).
Con poco cinismo (quello giusto) e molto spirito di squadra.
Devo dire che ho cominciato ad interpretare il mio ruolo con la convinzione che per stimolare “a fare” devi essere il primo a dimostrare di “saper fare” e “voler fare”.
Il vantaggio era duplice: dimostrare di non volermi porre su piani che a priori potevano risultare altezzosamente superiori e per far capire chiaramente che il lavoro lo conoscevo e che quindi diventava implicito il messaggio “è difficile che me la racconti perché lo faccio anch’io e lo so fare anche bene”. E soprattutto passava il messaggio del “si può fare!”.
È stata una politica che ha pagato quasi sempre.
Le risorse che nel tempo ho avuto la sorte di coordinare mi hanno vissuto come volevo che accadesse: un punto di riferimento.
Non è stato quasi mai necessario usare modi rudi per stimolare a fare le cose perché l’accettazione che si era generata a mio beneficio, del mio ruolo e della mia persona, facevano storia da sole…
Certo, qualche testadura l’ho incontrata tra i miei collaboratori e in quel caso il mio atteggiamento era un po’ diverso: in prima battuta comprensivo. “Ti rispiego e ti rimotivo, magari non ci siamo capiti”.
Poi più impositivo: “te l’ho spiegato, ti ho fatto vedere come si fa, ora lo fai tu!”.
Successivamente: “è stato bello finché è durato!”.

Sono convinto che leader si nasce ma lo si diventa anche.
Una delle caratteristiche fondamentali per esserlo è certamente la cultura.
Non dico che uno debba avere tre lauree per questo, ma intendo la cultura che ti porta a rispettare il prossimo perché hai avuto modo di capire che il confronto rafforza e non è lo scontro che risolve: io, anche questo, lo chiamo cultura. Cultura di vita vissuta, rispetto e curiosità… Ecco perché è difficile incontrare leaders di 20 anni d’età…
Poi tanta, ma tanta, pazienza.
E quando si sbaglia? Bisogna ammetterlo, con umiltà. Non ti sminuisce, anzi. Diventi più vero agli occhi della tua squadra.

Non mi sono mai piaciuti i “capi imposti” ed ho sempre cercato di non esserlo io.
È sempre molto più bello quando sono le tue persone a riconoscerti tale, perché si accorgono da sole che hanno bisogno della tua presenza. È la soddisfazione più grande.
Cos’è in fondo la leadership? Domanda da un milione di dollari…
Io l’ho sempre vissuta con “armiamoci e partiamo” e mai con “armiamoci e partite”.
C’è stato un momento in cui per la mia squadra sono stato anche una specie di padre-confessore: in un rapporto talmente stretto e confidenziale per il quale qualcuno mi cercava anche per consigli nell’ambito della sfera personale e non solo per lavoro.
In fondo ero anch’io a stimolare tutto ciò, cercando di accorgermi in tempo dell’umore delle persone e facendo capitare l’occasione per parlare “del più e del meno” al momento opportuno… Spesso, quasi sempre, venivano fuori “i mal di pancia” o i problemi personali… E cercavo di dare il consiglio giusto.
Ecco, se devo indicare una qualità del leader dico certamente “sensibilità”…
Non a caso, un tempo al fronte, i generali chiedevano “com’è l’umore delle truppe?”… Senza l’umore adeguato non si va da nessuna parte…
In buona sostanza: se dai qualcosa ottieni qualcosa in quantità e qualità proporzionali, se non dai ma pretendi soltanto c’è il rischio che sia tu il primo “a saltare”.
Ai buoni intenditori poche parole…

Mauro

 

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