Comunicazione e marketing. In base a cosa il PD pretenderebbe di vincere le elezioni?

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A scanso di equivoci chiarisco che quello che potrebbe sembrare un post a sfondo politico non lo è affatto.

Mi sono chiesto spesso cosa rende efficace la comunicazione in politica e mi sono dato delle risposte.
Non parlo di ideologie ma solo di valenza della comunicazione che gira attorno ad essa.
È noto che l’italiano medio vota sulla scia dell’emotività, si potrebbe dire “di pancia” e “di cuore”, piuttosto che con la testa (ma, a dire il vero, accade anche altrove…).

I motivi possono essere tanti, uno fra tutti la mancanza di cultura politica e di cultura in generale.
A riprova di ciò, basti analizzare quello che è successo con le due attuali forze politiche di governo (mentre scrivo non è più certo che lo siano ancora, in quanto sono ricominciate le consultazioni a seguito delle dimissioni del premier Conte e non è detto che il PD non possa andare al Governo comunque, anche senza nuove elezioni ma a seguito di manovre di Palazzo, cosa questa che non inficia il motivo di questo post): l’una ha fatto del reddito di cittadinanza la propria bandiera, l’altra ha incarnato la demolizione delle legge Fornero come propria mission essenziale.
Con la grande capacità di individuare, sempre e comunque, un nemico; fosse esso fisico o virtuale: la Fornero, il partito d’opposizione, Renzi, Boschi, …
Sicuramente non erano solo questi i programmi e gli schemi mentali/strategici applicati e che entrambi portavano avanti, ma essi erano di certo quelli più rappresentativi.
In subordine, taglio dei vitalizi, taglio dei parlamentari, tasse, pensioni, sicurezza, immigrazione (sebbene, quest’ultima, sia poi diventato argomento di primaria importanza).

Cosa hanno di fatto realizzato questi due schieramenti? Cosa ha portato loro il consenso bulgaro a cui abbiamo assistito (prima per l’uno e poi per l’altro)?

Parlare di cose concrete e comprensibili e che agissero in modo conscio e inconscio sulla testa (pancia) degli italiani. Spesso su quei sentimenti di rabbia, rancore ed insoddisfazione celati in ognuno di noi, soprattutto in un ceto medio che da tempo soffre (identificazione del target a cui rivolgersi e su cui fare leva)
Con l’identificazione chiara di una narrazione, ripetuta alla nausea, di chi fossero i buoni (loro) e i cattivi (gli altri).

Tutto questo è arrivato alla gente in maniera forte.

Condito dall’uso strategico e spregiudicato dei social a gogo.
Quindi comunicazione aggressiva e ridondante sui temi trattati.
Cosa fa il PD invece (prendo ad esempio il PD solo perché principale partito d’opposizione, giunto secondo nell’ultima tornata elettorale nazionale)?
Programmi vaghi e che pochi comprendono (a volte troppo “aulici/tecnici” e destinati ad essere compresi solo da un pubblico di media-alta cultura politica), con scarso appeal sulle emozioni del cittadino, con aggravio di eccesso di difesa dell’immigrazione.
L’Italia non può definirsi razzista ma se parli solo di come aiutare gli immigrati e mai di programmi concreti, comprensibili ed identificabili (mnemonicamente pregnanti), che impattino sulla vita quotidiana dell’italiano medio, qualche antipatia la raccogli.
L’immigrazione non è più da considerarsi alla stregua di un’emergenza ma un fenomeno ormai consueto e come tale andrebbe affrontato.
Non si possono accogliere tutti ma non si può nemmeno lasciare morire le persone.
Non si può nemmeno parlare solo di questo, se vuoi convincere il tuo elettorato che sei la reale forza alternativa allo stato di cose.

Una comunicazione “aggressiva” deve passare dall’enfatizzazione di un obiettivo da raggiungere a favore del Paese e non soltanto dall’attacco delle forze di governo: continuare a dire che gli altri hanno sbagliato tutto e continuano a farlo non è comunicazione aggressiva, è comunicazione inutile.
Anche perché chi ti ascolta sa già che dirai ciò, perché sta nell’ordine non scritto della politica e dell’eterno giochino tra maggioranza e opposizione: diventi scontato, banale e quindi poco attrattivo, soprattutto se non hai fatto precedere tutto questo dal messaggio di un programma “identificante”.

Ma l’esperienza ci ha insegnato anche che la comunicazione politica è efficace quando ha un traguardo temporale chiaro, meglio se breve.

È vero che uno statista dovrebbe pensare a lungo termine, ma quello che fa vincere le elezioni è “dare in pasto” all’elettore uno o più provvedimenti concreti che impattino sull’immediato della propria quotidianità.
Parlare di università, opere pubbliche, scuola è legittimo e giusto, nonché doveroso, ma ben diverso dal dire “appena eletto ti abbasso le tasse”, oppure “ti faccio andare in pensione prima”.
Fermo restando che un programma politico è costituito da progetti su temi vari, bisogna saper identificare le priorità comunicative, prevedendo che anche ciò che può non essere priorità comunicativa possa rimanere priorità realizzativa.
Ma non realizzerai nulla se prima non ti fai eleggere! (Se prima il cliente non ha comprato il tuo prodotto non potrai pensare ad upselling o reselling!).

Una comunicazione efficace dovrebbe mirare all’identificazione di un traguardo chiaro, condiviso e condivisibile da parte di tutti.
Non basta dire “faremo questo, faremo quest’altro…” ma è necessario avere un proprio cavallo di battaglia e farlo diventare il proprio mantra (anche due o tre).

Ciò detto, se ora volessimo calare questa analisi in ambito comunicazione&marketing cosa ne verrebbe fuori?
Lo riassumerei così:

  1. Identificazione
  2. Focalizzazione
  3. Differenziazione

Che sono, di fatto, le tre grandi linee su cui si sono mossi gli schieramenti che l’Italia ha voluto premiare.
Analizziamo:

1. Identificazione

Chi sono? Cosa rappresento per te?
Indicare in maniera chiara, anche se spesso propagandistica, l’identità intrinseca che identifica il soggetto (vorrei dire il prodotto che vendi…).
Con la corretta identificazione dell’interlocutore “target” (il ceto medio-basso = il mercato di riferimento = quelli a cui voglio effettivamente rivolgermi).
Sono quello “onesto”, sono quello che “prima gli italiani”, oppure “vi difendo io”, “vi do i soldi per campare in attesa di un lavoro”.
Come potremmo esprimerlo meglio? Qualificazione. Ho di fatto immediatamente qualificato la mia offerta.
Sono quello che ha capito i tuoi bisogni immediati.

2. Focalizzazione

Cosa posso darti? Chi è il nemico che si oppone a quello che voglio darti?
Focalizzazione su temi e nemici.
I temi “bandiera” e l’identificazione del nemico.
Il messaggio che passa è “combatterò per te” perché sono l’unico che può farlo.
Gli altri sono tutti brutti, sporchi e cattivi (seguito dal “perché” anche se figlio di una narrazione del  tutto “soggettiva”…).
A questo si aggancia anche la narrazione dei “talloni d’Achille” degli schieramenti avversi: “loro hanno sbagliato questo e sono stati inadeguati su quest’altro”. È un’argomentazione che fa leva sulle emozioni e sulla demonizzazione del nemico. Grazie all’evidenza che esso diventi nemico comune, ciò porta l’elettore ad identificarsi mentalmente con quello schieramento, perché quel nemico “è anche mio”.
“Sono con te”.
In marketing può essere identificato come la demolizione della concorrenza.

3. Differenziazione

Perché sono diverso dagli altri e perché dovresti scegliere me?
Perché ti do garanzie che nessuno ti ha mai dato.
Vado via dopo due mandati, “non voglio fare il professionista della politica perché mi interessa solo il bene del Paese e non la mia poltrona come a quegli altri (anche se su questo ce ne sarebbe da dire in quanto con l’invenzione del mandato “zero” hanno fortemente deviato da questo intendimento e probabilmente è uno dei motivi per il loro calo di consensi…)”,  “non ho tra le mie file soggetti indagati, faccio fuori quelli che verranno indagati (anche questa in parte derogata…)”,  “faccio quello che vuoi e non quello che “il nemico” dichiara essere utile al Paese (TAP, TAV, ILLVA, … anche qui ampiamente derogata…)”.
“Il nemico dice che è utile perché ha interessi personali in merito”. “Io sono il giusto che guarda solo ai tuoi interessi”.

Tutto, in fondo, finalizzato a dire: perché dovresti comprare da me?
“Io sono differente, credibile e ho capito le tue esigenze che ho fatto mie perché mi stanno a cuore”.

È l’essenza di qualunque vendita, anche quella di un’immagine politica.

Sembra una cinica analisi ma di fatto… è un’analisi asettica dello stato delle cose!
Non è negando che funzioni così che se ne cambiano gli esiti.
Purtroppo la politica, la morale, lo stato d’animo dei popoli sono ormai cambiati e bisogna saperli interpretare al meglio.
Solo capendone le dinamiche si ha facoltà di poter divenire autorevole e credibile agli occhi di chi deve acquistare “il tuo prodotto”.
Quando avrà acquistato potrai proporre anche altro… Non prima!

Mauro

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